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Guerre, un lessico svuotato per coprire la crisi. Da Vladimiro Giacché “La fabbrica del falso”

6 ago 2008 15:05

di Enzo Modugno

Domandarsi se si concretizzerà mai l’ipotesi di una guerra contro l’Iran, equivale a chiedersi se sia diventata davvero necessaria l’intensificazione dell’economia militare e se l’Iran, in qualche modo, possa servire a questo scopo. Dalla Luxemburg ad Augusto Graziani è stato detto tutto sulla produzione bellica, una produzione che serve a rimandare le crisi economiche e ad assicurare il dominio sui mercati. Opportunamente, l’editore DeriveApprodi ha pubblicato una rigorosa ricerca filosofico-politica di Vladimiro Giacché, intitolata La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (pp. 272, euro 18), che ha il merito di ricordarci come vengono giustificate tali inconfessabili finalità del militarismo.
Tre sono i compiti sui quali, oggigiorno, l’amministrazione degli Stati Uniti sta impegnando le sue principali risorse: gestire militarmente la crisi economica, assicurare il dominio sui mercati e giustificare la guerra. Il primo compito - la gestione militare della crisi - è il più urgente. Lo scorso 15 luglio, dalle pagine del «manifesto», Uri Avnery ha parlato della follia della guerra e ha concluso, sia pure con qualche cautela, che la guerra contro l’Iran non ci sarà. Dal suo fermo intervento, però, sono assenti considerazioni di tipo economico. Ma se provassimo a considerare la tendenza permanente alla crisi economica che è il vero nemico che rode dall’interno l’«impero», potremmo capire perché ciò che molti considerano una follia (e un crimine) diventa invece, per una parte del grande capitale statunitense, una decisione razionale. Anzi, l’unica possibile. Una guerra cioè che giustifichi una spesa militare sufficiente ad assicurare la ripresa dell’economia: in fondo è solo un intervento di politica economica un po’ più energico, che la classe dirigente degli Stati Uniti pratica con successo ormai da molti anni. Perché, ancora una volta, la crisi riaffiora. Al punto che l’intervento pubblico nell’economia non viene più demonizzato, ma lo si invoca a gran voce.
Allo Stato si chiede, come già è successo dopo la grande crisi del 1929, di socializzare le perdite. La verità, però, è che gli Stati Uniti non uscirono dalla grande crisi grazie ai salvataggi bancari o alle dighe di Roosevelt, ma in virtù della spesa militare per la seconda guerra mondiale. È stato così anche con le guerre successive, dalla Corea a quella più recente in Iraq, che ha consentito agli Usa di uscire dalla recessione cominciata nel marzo 2001 e ha dato inizio all’ultimo boom di borsa interrottosi solo nell’estate scorsa. In tutti questi casi le crisi economiche sono state superate con la produzione delle armi e con il loro utilizzo. La «soluzione Warfare», insomma.
Riguardo al secondo compito dell’amministrazione americana - il dominio sui mercati - la guerra in Iran raddoppierebbe l’effetto che ha avuto quella in Iraq, bloccando un’altra grande riserva di petrolio sotto il controllo delle multinazionali americane. La convinzione che ci sarà la guerra in Iran, infatti, è uno dei veri motivi del rialzo del prezzo del petrolio, assieme allo squilibrio tra domanda e offerta e alla debolezza del dollaro. Marc Faber, un grande gestore di patrimoni con sede a Hong Kong, ha dichiarato che oggi non ha senso vendere petrolio «perché se l’Iran fosse bombardato le quotazioni del greggio schizzerebbero verso il cielo senza preavviso».
Il terzo compito, infine, è quello di giustificare l’enorme spesa militare. Qui, come scrive Vladimiro Giacché, «la produzione della menzogna si radica nella menzogna della produzione». Perché è inconfessabile l’instabilità di un modo di produzione irrazionale che tende costantemente alla depressione e sopravvive devastando con la guerra un paese dopo l’altro. Quindi le crisi, che dipendono da cause endogene, debbono invece essere addebitate a nemici esterni. Per questo funziona a pieno regime la «fabbrica del falso». Persino il filosofo della politica Michael Walzer si accorge che la recente ripresa dei negoziati americani con l’Iran potrebbe essere «una mossa tattica» al fine di convincere l’opinione pubblica mondiale «che gli Stati Uniti cercano una soluzione pacifica della crisi, e nel caso di un fiasco negoziale per giustificare un eventuale uso della forza» («Corriere della sera» del 18 luglio). Tornano le armi di distruzione di massa, il tiranno da abbattere, la democrazia da esportare, ovunque si ripresenta la stessa messinscena dell’attacco all’Iraq. Il libro di Vladimiro Giacché indaga la sistematica falsificazione, che si impadronisce delle parole e ne cambia il significato a partire dai termini chiave del nostro lessico politico. Contro i fatti più ostinati si fa un uso massiccio di eufemismi. La guerra diventa regime change , le torture «tecniche professionali di interrogatorio».
Il saggio di Giacché oppone quindi un’analisi documentata alla razionale follia di quella «fabbrica del falso» costantemente all’opera che ha raggiunto anche organizzazioni di sinistra. Per tutti dovrebbe valere la sentenza di Karl Kraus: «Che ci sarà la guerra appare meno inconcepibile proprio a coloro per i quali lo slogan “c’è la guerra” ha permesso e coperto ogni vergogna».

(da Il Manifesto, 30 luglio 2008)